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Quinta e ultima recensione di Sabrina Di Martino per il progetto Aleph/LRR: è la volta di Sciascia

25/02/2022 23:01

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Quinta e ultima recensione di Sabrina Di Martino per il progetto Aleph/LRR: è la volta di Sciascia

Aleph scuola di scrittura e Letto, riletto, recensito!, dalla penna di Sabrina Di Martino, presentano Leonardo Sciascia

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Leonardo Sciascia

 

 

Una storia semplice

 

 

Le recensioni di Sabrina Di Martino per Aleph, Scuola di scrittura e Letto, riletto, recensito!


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«Una storia semplice», eppure complicatissima. Sembra insinuarsi un sottile gioco di rovesciamento ironico, quasi parodistico visto il genere, nel titolo di quello che è l’ultimo atto della scrittura romanzesca di Leonardo Sciascia, pubblicato postumo nel 1989, come ideale lascito testamentario da rivolgere al proprio pubblico di lettori.

Definire semplice questo «giallo siciliano», come riferisce l’editore Adelphi nella quarta di copertina, ha quindi quasi l’aria del paradosso, considerando l’incedere di una storia che, nella fulminea successione di poco più di sessanta pagine, si espande, si aggroviglia, si dilata, si contorce, quasi si spezza, incespicando tra le maglie di una giustizia intossicata dalla criminalità, dagli illeciti, dall’omertà diffusa.

Siamo a Monterosso, paese che potrebbe rappresentare qualsiasi angolo remoto della Sicilia di fine Novecento, quella delle campagne polverose e sonnolente, delle feste religiose e dei rituali propiziatori, ma anche quella dei «siciliani che, ormai da anni e chi sa perché, si ammazzano tra loro». Così Sciascia parla di mafia, senza mai chiamarla per nome.

Tutto ha inizio con una telefonata, annotata con il tono asettico e perentorio di un verbale, che si fa incipit dell’intera vicenda. Da un capo della cornetta, Giorgio Roccella, un anziano diplomatico in pensione, da tempo lontano dalla Sicilia, dall’altro un telefonista poco diligente, un questore assente e poi un commissario, tutti in fibrillazione per gli imminenti festeggiamenti di San Giuseppe falegname e poco propensi a dedicarsi al lavoro.

Giorgio Roccella, che manifesta l’urgenza di conferire con” i piani alti”, proprio quella sera, viene quindi giudicato folle, la sua volontà di comunicare una scoperta che sembra avere del clamoroso quasi uno scherzo. O almeno, nulla che non possa attendere la fine della festa tanto attesa.

Peccato poi che, il giorno dopo, Giorgio Roccella venga trovato cadavere nella sua casa di campagna, da tempo abbandonata, in contrada Cotugno. E che subito la macchina della giustizia si dimostri goffa e farraginosa, le indagini frettolose e confuse.

In fondo, Sciascia ci aveva già avvertiti in apertura del romanzo, con le parole di Friedrich Dürrenmatt poste in epigrafe: «Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia». E appare evidente, via via, come queste possibilità siano quanto mai esigue, se non estinte, e a testimoniarlo la negligenza degli inquirenti, l’incompetenza e l’ignavia, l’evidente volontà di insabbiamento delle prove, il sempre più chiaro reticolo di connivenze e rapporti illeciti che intaccano le istituzioni, con il solo brigadiere Langadara a rappresentare un’ultima fragile speranza di verità, destinata però inesorabilmente a soccombere.

Così la storia diventa pericolosamente semplice, ma l’ironia si fa tragica e l’amarezza pervasiva. “Semplice”, quindi, quasi come sinonimo di quotidiana, a indicare una storia conosciuta, odierna, sempre attuale, dai meccanismi ormai svelati e dalle dinamiche fin troppo note, rispetto alle quali il lettore non è più sconvolto o toccato, ma tristemente anestetizzato.


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Sabrina Di Martino


Catanese (giarrese) di nascita, bolognese di adozione. Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne, studia Italianistica nell’antico ateneo emiliano.

Da sempre appassionata di lettura e scrittura, ha collaborato con diversi blog, legati principalmente al mondo del cinema e delle serie televisive.

Ha frequentato la scuola Aleph, a cura della Villaggio Maori Edizioni di Catania, con l’intento di conoscere il più possibile tutte le sfaccettature della scrittura, alimentando un rapporto già profondo e viscerale. Scrivere è infatti un imperativo categorico e imprescindibile, un’ambizione, un sogno.