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SU “IL BELLO DELLA VITA” DI MARIA GRAZIA AMATI

24/03/2022 23:01

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SU “IL BELLO DELLA VITA” DI MARIA GRAZIA AMATI

A cura di Paolo Pera

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Maria Grazia Amati

 

Il bello della vita

 

Bertoni Editore

 

L'angolo della poesia


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A cura di Paolo Pera

 

 Il bello della vita (Bertoni Editore, 2021) di Maria Grazia Amati raccoglie gli svariati motivi di gioia della poetessa, ognuno messo in apposite e tematiche sezioni. La Nostra esibisce le bellezze di sua conoscenza e frequentazione mediante un linguaggio piano e colloquiale, talvolta intervallato da periodi filastroccati deliziosamente naïf («4.30 del mattino / subito un caldo caffettino»). Come scopriamo nella penultima sezione, quella letteraria (Ai poeti), la Donna trae dolcezza e vigore dalla poesia femminile, così l’Amati che – sulle orme della Guglielminetti e di Vittoria Aganoor, della quale ha curato un volume di liriche presso Bertoni, dove dirige una collana con l’obiettivo di far riscoprire le autrici dell’ultimo Ottocento e del primo Novecento; impegno per la Musa femminile che assocerei al Maestro Silvio Raffo per determinazione e grazia – in ogni poetessa scopre sé stessa, in specie proprio nella Aganoor, a cui canta:

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«E se l’amica, ora lontana / mi raccontasse / che sono vissuta a Venezia, in ponte dei Greci / nella tua stessa casa, Vittoria / Se raccontasse che, come le tue, le mie origini / si perdono nella sconosciuta Armenia / che, come te, fin da giovinetta scrivevo poesie / sollecitata da illustri maestri / Ebbene, non ci crederei, cara Vittoria», anime che in qualche modo si ripetono? Le confessioni, molto educate, della poetessa partono anzitutto dalla “sua” Natura: essa, lombarda trapiantata, gode dell’Umbria acquisita, conquistata:

«Una lombarda in Umbria / Quasi una contradictio, a parer mio», è così che in questa natura essa scopre la genuinità vera, vivendo a contatto con un “paesaggio mai visto” (forse frutto di una fuga dal cemento?), di un orto che dà frutti prelibati e di galline troppo spesso vittime di una volpe che non dovrà comunque essere punita, non solo per il suo codino spumoso ma pure perché esegue semplicemente gli ordini che in lei si richiamano. Tutto nella Natura le comunica un’umanità inaudita, un’etica e una logica che all’Uomo di per sé manca. Questo libro è quindi una “primavera dell’anima” nell’Amati, una “primavera riconquistata” che – pur mancando spesso, ma non sempre, d’un “oltre” infuso nel testo – sa allietare per freschezza, e per quella delicatezza che da una verseggiatrice sempre vorremmo.

È in questa levità che la Nostra “resta in superficie pur scavando ragioni minerarie”, come solo le donne sanno fare dimostrandosi sempre un passo avanti all’uomo nel fronteggiare la vita, nell’affrontare il Profondo. Giochetti, dicevamo, e piccoli paradossi immaginifici in questa casta Natura, casta Umbria mediamente selvatica: «Tutti i corvi sono neri? / Razzismo sillogistico / Un bel giorno scoverai un ignaro corvo a righe rosse e gialle / Ma già lo sai, / l’eccezione conferma la regola». Si affaccia talvolta un soffio di malinconia che, però, non affossa mai il clima del volume: «Se mille e una volta, ignara, rivivessi questa vita / Mai le percorrerei / Mai le ambierei / Eppure rimpiango / i sentieri trascurati / le case che ho lasciato vuote / le parole inascoltate». Nell’Ode allo stomaco, con un simpatico fare burlesco, la nostra detta infine la sintesi perfetta del libro nella stanza finale: «A colazione: parole croccanti e aria tiepida di collina / A pranzo: 100 gr di poesia e paesaggi verdi di stagione / A cena: una fiaba leggera, senza grassi, / con pane di farina Verna». Come usava dire un certo Lorenzo: «Chi vuol esser lieto sia» …