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Squatter! di Gianfranco Sorge, go Ware edizioni Recensione e Video recensione

19/04/2018, 16:24

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Splen edizioni da un calcio allo sfruttamento com Roberta Angeletti - Novità Editoriali

19/04/2018, 16:01

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La scrittrice e poetessa Francesca Dono ci omaggia della sua "Intervista alla morte" - L’omaggio

18/04/2018, 14:18

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25/04/2018, 18:31



Paolo-Roversi---Cartoline-dalla-fine-del-mondo---Marsilio---Le-interviste---Le-recensioni-in-LIBRIrtà
Paolo-Roversi---Cartoline-dalla-fine-del-mondo---Marsilio---Le-interviste---Le-recensioni-in-LIBRIrtà


 



Paolo Roversi - Cartoline dalla fine del mondo - Marsilio - Le interviste - Le recensioni in LIBRIrtà

    Intervista a cura di Salvatore Massimo Fazio 
Recensione a cura di Domenica Blanda (alias Anna Cavestri)

Paolo Roversi (nella foto di Michele Corleone), della provincia di Mantova. Giornalista, blogger, il suo personaggio più famoso è Enrico Radeschi, un hacker giornalista. Divertente, sarcastico, spiritoso: è il primo biografo italiano di Charles Bukowski, dal quale eredita forme stilistiche che poi amplia generandoneun modus personalissimo che fa impazzire i lettori. Una preparazione da far invidia a molti. Amico di Fernanda Pivano, col quale hanno generato "quel libro che poi divenne la biografia di Bukowski". Ha solo quarantadue anni e in Italia è considerato tra i primi tre autori migliori del giallo noir... e le motivazioni sono validissime. Per Letto, riletto, recensito!, lo ha intervistato il direttore Fazio, dopo essersi conosciuti in una situazione catastrofica di salute per quest’ultimo (che si è trovato innanzi a Paolo Roversi, Lorenzo Visconti o Enrico Radeschi?). Ha scritto dieci libri tra romanzi, biografie, aforismi e saggi. È vincitore del premio Selezione Bancarella e il prestigioso Garfagnana in giallo nel 2015. Ha fondato MilanoNera web press, sito dedicato al giallo-noir, tra i primi visitati ogni giorno da tantissimi appassionati.

Intervista.
1. Lombardo della provincia mantovana, la tua carriera di scrittore inizia con un Coup de théatre, coadiuvato da Fernanda Pivano, che andasti a conoscere, realizzasti la prima biografia italiana e ufficiale di uno tra i narratori più alternativi della scena mondiale, C. Bukowski. Su lui hai scritto gli aforismi e il taccuino di sbronza. Poi l’exploit, il giallo-noir di Paolo Roversi decolla a Milano e attraversa tutto lo stivale, ma non solo... Paolo, quanto c’è di Bukowski nei tuoi romanzi?
A dir il vero, nulla. Bukowski è stato studiato, ed è l’autore che mi ha dato la spinta a proseguire a scrivere. Lui sui 50 anni ha esordito. Prima dei 50, lo rifiutarono sempre. "Magari a me andrà meglio e ce la farò prima" mi dicevo. Ed effettivamente.
Comunque, coscientemente dico nulla, certo delle trasversalità magari emergeranno. Sicuro lo stile mi ha molto aiutato e ad oggi non posso che ringraziarlo: ecco la stilistica, quella si, frasi veloci e incisive e anche il cinismo e parte di nichilismo, se non l’ho ereditato, certamente mi ha molto interessato e lo ripropongo e io e i miei stessi personaggi.

2. Il successo editoriale del tuo personalissimo quanto contorto giallo noir, e le traduzioni nel mondo di molti tuoi libri: cosa si prova?
Certamente è una sensazione piacevole. Molte volte si scrive in Italia e un libro di un italiano vende molto e piace, però non è detto che tradotto in altre culture abbia lo stesso successo, sapere che ti hanno tradotto sovverte queste probabilità e ti senti parecchio felice.

3. Andiamo avanti... se di Bukowski c’è la stilistica di Paolo Roversi in Enrico Radeschi (il personaggio che hai inventato e che tanto famoso è diventato) cosa c’è e quanto c’è? E se non è lui, quanto nei suoi personaggi?
Come buona parte dei romanzieri, accade che un personaggio ha molto dello scrittore: una moto di un colore specifico, una determinata proiezione versoqualcosa, un interessante professione che fa realmente lo scrittore... però poi man mano che trascorrono gli anni tutto viene da se, e crei attorno delle condizioni nuove, ed ecco il personaggio con la sua dimensione e la sua storia e prendi, ma già all’esordio si verifica qualcosa, distanza dal personaggio.

4. Non solo romanzi, ma anche sceneggiatore e saggista. Nel saggio vi è la ricerca, l’indagine, lo svelamento di novità propriamente dette, anche se molti romanzi già danno incipit importanti. Quanto si è differenziata la tua produzione nel saggio? Fin dei conti i tuoi romanzi hanno toni anche canzonatori verso gli stessi personaggi che li rappresentano, prendono molto, fanno sorridere ma anche ridere... nel saggio questo non dovrebbe aver spazio.
Ho scritto diversi saggi, ma la mia formula è quella del quasi-saggio, un mix col romanzo. Nei miei saggi vi è quel quid necessario per interessarsi di alcune tematiche che vengono affrontate nei miei romanzi, nella Milano criminale ad esempio. Io scrivo in maniera soft, e non rendo un saggio pesante, tutt’al più affascina grazie a quella miscellania tra i romanzo e il reale.

5. Quindi dei saggi che si indagano e sviscerano la tematica, ma che conquistino, che siano da leggere, quasi alla maniera del romanzo. Fatti reali. Proprio in merito ai fatti reali, Paolo Roversi, può svelare dei misteri, di personaggi reali?
Ma tutte le storie in linea di massima prendono spunto dalla realtà, pertanto non devo svelare nulla di nuovo, bensì articolare, far sorridere, inventare, creare... è come l’esempio di una qualunque storia reale che si sa il finale, ma per arrivarci...

6. ...e li sta il genio di Paolo Roversi. La tua letteratura piace molto, interessa, si erge ed emoziona. C’è quel fascino dei personaggi, in alcuni casi anche antieroi, che stimolano il pubblico. Hai mai pensato di inserire personaggi come il mio corregionale che di buono, nemmeno quel romanticismo che aleggia nei tuoi romanzi, nulla fece e che qualche giorno fa è morto (Totò Riina n.d.r)?
Non è il mio indizio. Preferisco quel giallo-noir, stile Vallanzasca. La mafia, coi suoi personaggi, non sono ne ho avuto mai interesse a praticarla nei miei libri.per meglio dire, personaggi come Vallanzasca, ci hanno sempre messo la faccia, come si suol dire... e di alcuni come lui che ho tratto parte di ispirazione.

7. Paolo, noi ci si è conosciuti in circostanze catastrofiche, nel limbo della salute, per me ed io ti ringrazio di aver accolto l’invito a rilasciar e una intervista per il blog. Prima di lasciarci, mi racconti un aneddoto definibile come noir durante il periodo trascorso con Fernanda Pivano?
(Ride molto Paolo) Fernanda, un dì che andai a trovarla mi disse che aveva conosciuto scrittori, tutti grandi ubriaconi e bevitori, mentr’ella era astemia... durante la stesura di ciò che divenne la biografia di Bukowski, bevemmo tanta di quella Cola, che di noir... posso dirti che fu proprio la bevanda non alcolica.

Rensione.
Era già alle stampe, ma ancora non si sapeva la data di uscita. Intervistammo Paolo Roversi, il primo biografo italiano di Bukowski, facendoci spiegare come si può passare da una attività di ricerca storica di un grande scrittore, a diventare un grande scrittore di thriller, tradotto in diversi paesi. Paolo, fu divertente e cordiale. Ecco che con molto piacere presentiamo la recensione del suo Cartoline dalla fine del mondo, pubblicato per Marsilio editore, per mano di Domenica Blanda. (A fine recensione illink con l’intervista).Il protagonista è, come in tanti libri di Roversi, Enrico Radeschi, un giovane giornalista e hacker che dà inizio al romanzo con la sua sparizione da Milano, per sottrarsi a morte certa per mano di un assassino che ha già il mirino puntato su di lui. Enrico si trova costretto ad abbandonare tutto e tutti, persino se stesso se vuole salvare la pelle e fugge, come dice il titolo, fino "alla fine del mondo" da dove invierà solo tre cartoline. Ma il tempo passa, le situazioni cambiano e un giorno il passato, grazie a una di quelle cartoline, lo va a cercare e lo trova, a Cipro. E’ il vicequestore Loris Sebastiani. Durante un esclusivo party all’interno del palazzo dell’Arengario, sede del museo del Novecento, uno degli invitati viene misteriosamente ucciso un tecnico informatico di altissimo livello,dipendente della multinazionale con sede a Milano TechHackCorp, avvelenato proprio sotto al celeberrimo quadro "Il quarto stato" di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Il vicequestore Loris Sebastiani, incaricato delle indagini, capisce subito che in quel delitto qualcosa non torna e che avrà bisogno di aiuto per catturare il misterioso hacker che si fa chiamare Mamba Nero, tenendo in scacco la polizia. Solo una persona può fare al caso suo: il giornalista e hacker Enrico Radeschi, affiancato da un . un giovane agente esperto di informatica, Faes Dice Enrico: "La nostalgia quando arriva è come un fiume che rompe un argine: inonda e porta tutto via con sé" (...) "E’ bastato solo osservare Loris per un minuto perché tutto il mio passato ritornasse a bussare, prepotente e ingombrante". C’è un cyberkiller che hapreso di mira i componenti di una società che si occupa di tecnologia ibformatica applicata. Così Enrico, dopo otto anni di latitanza, ritorna nella sua Milano, , città delle grandi contraddizioni, cambiata durante la sua assenza,"Più della metà dei negozi hanno cambiato insegna.......miriade di negozietti.... Le librerie hanno quasi tutte chiuso: le mutande hanno avuto la meglio sul desiderio di cultura dei milanesi. Gli omicidi hanno un filo conduttore riconducibile, oltre che allo studio di un nuovo modello di drone, a Leonardo Da Vinci, Enrico ne è sicuro e usa, ogni mezzo a sua disposizione, lecito e non, per confermare la sua tesi,anche quando sembra che il caso è concluso e viene arrestato il sospettato. Ci sono anche alcune sorprese, di cui una chiave per la soluzione del caso, che assolutamente nessuno avrebbe potuto intuire Grazie alle sue capacità tecnologiche ed alle sue intuizioni, Enrico, arriverà con grande sorpresa a scoprire il vero omicida. I personaggi sono ben delineati psicologicamente. La scrittura è, sempre estremamente scorrevole, piacevole, conpersonaggi interessanti, magari a volte lievemente ridicoli nelle loro idiosincrasie ma in ogni caso realistici. Un romanzo, , decisamente consigliato non solo a chi conosce già Enrico Radeschi e vuole sapere che fine ha fatto, ma anche a chi semplicemente ha voglia di perdersi in una Milano moderna e pericolosa, di seguire un thriller appassionante.

Autore: Paolo Roversi
Titolo: Cartoline dalla fine del mondo
Editore: Marsilio editore
Prezzo: € 17,50  (€ 9,90 in formato ebook)
Pagg.:   266
Voto: 10
25/04/2018, 17:59



A-tu-per-tu-con-il-medico-della-magia-letteraria-ANTONIO-CIRAVOLO-pubblicato-da-Splen-edizioni---Le-interviste


 



Le interviste - Antonio Ciravolo - Manuelita Cicuta Mulata - Splen edizioni 


Antonio Ciravolo è uno scrittore che con Splen edizioni si è imposto all’attenzione del pubblico da palati letterari parecchio anomali. Il medico, non ha mai abbandonato la professione, della provincia catanese sembra aver un groviglio di novità ed esaltazioni che dalla propria mente esplodono verso la mente del lettore. C’è un sogno X in ogni essere vivente e c’è una Manuelita col suo parroco che stramazza occhi al sol vederla... con entusiasmo e magia, la letteratura di Antonio Ciravolo ci coinvolge, sino a dichiararlo unico nel suo stile.

FAC: Ciao Antonio, a nome di tutti coloro che lavorano per il blog Letto, riletto, recensito! ti ringrazio per  il caloroso affetto nel concederci sin da subito un preambolo di intervista. Il 7 ottobre nelle librerie si è trovato il tuo nuovo libro. Una miscellanea, divertente che poi sprofonda nelle dolorose verità di personaggi che, anche nel nostro contemporaneo, appaiono come saggi e sani, ma che ne combinano di cotte e di crude, a partire dal consegnare dispiaceri ai propri partner, conquistati prima chissà con quale fasciano e poi emarginati. Iniziamo con le domande.Date le tue precedenti esperienze in letteratura, che ci permettono di conoscerti come raffinato scrittore, la prima domanda che insorge è: perché hai deciso di realizzare una magia che affronta alla vista del lettore, una magistrale interpretazione che potrebbe richiamare Donna Flora e i suoi due mariti, sino a giungere alla più tragica delle novelle pirandelliane? La verità è che non c’è stata alcuna volontà da parte mia. Tempo fa avevo scritto un breve racconto di due amanti che subiscono questa transmigrazione durante il sesso. Questo racconto è rimasto messo da parte per anni e poi mi ha richiamato quando la storia, forse, è stata  pronta per essere scritta. Perché credo che la storia deve avere una certa autonoma consapevolezza prima di lasciarsi scrivere. Forse è questa la vera magia.Tu non manchi dalla scena da molto tempo, eppure in due anni con determinatezza e forza, hai messo su un capolavoro: un libro gradevole e spiritoso, nelle prime pagine, poi angosciante e con colpi di scena che oscillano tra un capitolo e un altro, a distanza di altri 4 capitoli medesimi. Questa genialità, coinvolge non poco il lettore, e Antonio Ciravolo che fa? Prosegue, lasciando col nodo in gola di emozione o dispiacere il lettore stesso, per consegnare "maltrattamenti dell’attesa" che appena vengon fuori eccitano, è dir poco, chi ama certa letteratura... la domanda è semplice: ma come fai? Sei un diavolo? Un esosterista? Un genio? Un filantropo? 
AC: Spero di non essere nulla di tutto questo: troppe responsabilità, troppe aspettative. Cerco solo di rispettare quello che scrivo. Non pongo limiti ai miei personaggi, né tantomeno alle loro storie, che esistono già, da qualche parte. Io aspetto solo che si facciano vive. E questo di solito accade quando acquisiscono la giusta mistura tra stupore e dolore. E queste sono emozioni potenti solo quando sono reali. 

FAC:Per la prima volta per te si è realizzato un gran momento: uscita del nuovo libro con presentazione nel festival della letteratura più importante del sud, tutto in un giorno... e se vogliamo possiamo metterci anche il collegamento col tuo realtore, che no ha potuto presenziare per motivi di salute. È tutto ciò magia di quell’isola che si concede tra diversi continenti, che pure essendo una isola coinvolge storie di matrone e di porfessori e di preti che eccitano belle Manuelite? 
AC:Di solito in quello che scrivo nessuno vince mai davvero. I miei personaggi sono esseri regolari che però vengono improvvisamente trafitti da un evento disturbante. Questo li porta a riflessioni violente e a introspezioni fameliche. Ecco, la magia sta forse tutta lì, nel principio disturbante che costringe a riflessioni che normalmente la quotidianità non concede. Un po’ come aver deciso di consegnare Manuelita Cicuta Mulata ad un filosofo che stimo, come Salvatore Massimo Fazio, che ha dichiarato più volte di non amare la narrativa e che invece ha dimostrato un certo entusiasmo dopo averlo letto.

FAC: Tu sei un medico chirurgo, giovane, vincente e bello. Quanto influenza la tua posizione professionale, ciò che vedi, che pratichi per salvare l’altro la tua nuova opera?
AC: Faccio il medico e sono io quello salvato. Ho deciso da anni di navigare i margini e parlare poco, pochissimo, del mio lavoro. Quei margini sono spazi ricchi di un sentimento unico che non può e non deve essere svilito. Pertanto la mia opera vive di quello che vedo, ma non racconta mai esplicitamente quello che vedo. Credo che questo sia il modo giusto di provare a fare arte. 

FAC: Sono in molti, che dopo un mediocre successo condominiale, si montano la testa e decidono di vendersi ad altri editori, per poi sparire nel nulla! Con te non è accaduto per nulla invece, con Splen hai pubblicato, con una campagna di marketing pubblicitario, ben fatta e scrupolosa e con Splen ti imponi all’attenzione del pubblico nazionale. Un  pubblico prima di nicchia e dopo più ampio. Quanto conta un editore indipendente del calibro di Splen nella tua formazione e nel tuo successo?
AC: Chiedermi quanto conta Splen nella mia formazione letteraria è come chiedermi quanto conta la mia famiglia nella mia educazione alla vita, molto. Surya è stata la prima a credere nelle mie storie e siamo al terzo libro in meno di tre anni. Crede in quello che fa, è testarda e avrà sempre la mia stima. Ovunque andrò, per me Splen sarà sempre casa. 

FAC: Grazie Antonio.
AC: Grazie a te. 

Per Letto, riletto, recensito! Fabio Arturo Cicala.
19/04/2018, 17:30



Biscariopoli,-la-morte-delle-città-di-mare-a-causa-dell’aristocrazia---Prefazione


 



Biscariopoli - il porto e i mestieri del mare a Catania - Tino Vittorio - Algra Editore  

In anteprima per il nostro blog, la prefazione firmata dal filosofo Fabrizio Grasso, al tanto atteso ritorno (a giorni) dello storico Tino Vittorio col libro Biscariopoli il porto e i mestieri del mare a Catania, pubblicato per i tipi di Algra editore e coi contributi di Angela Bruno, Daniele Cavallaro e Gianluca Vittorio. Un assaggio di presentazione lo si potrà godere all’interno dell’ International jazz day, diretta da Antonio Petralia, sabato 28/4 h. 19:15 presso lo spazio food del centro commerciale Katané, col patrocinio dell’UNESCO e del comune di Gravina di Catania, per "15 minuti con l’autore" dove ospite sarà Tino Vittorio.
Buona lettura.Da molti anni ormai il professore Tino Vittorio si dedica allo studio della questione meridionale che - a suo dire - si risolve amaramente in una complessa e poco esplorata «questione mediterranea». L’illuminante intuizione lo ha mosso a rileggere la storia del Mezzogiorno e scoprire che esiste una storia talattica e planetaria quasi sconosciuta, speculare a quella terrestre classicamente appresa. Quel che Vittorio ci sussurra dalla sua prospettiva di storico è perciò la diabolica possibilità di una talassosofia. Una sapienza marina quella a cui il professore cerca di indirizzarci, che si rende assolutamente necessaria, perché il nuovo mondo tecnologico-digitale ha spezzato ogni linea e confine dello spazio fisico-terrestre e, quindi, normato che tuttavia continuiamo ad abitare e ci ha precipitato nella dimensione smisurata della temporalità. oggi infatti l’uomo è prima un abitatore del tempo che dello spazio. Da questo nuovo stato di cose è derivato lo sradicamento d’ogni identità e, per questo, il sociologo Bauman ha potuto teorizzare l’esistenza moderna di una vita liquida. È quindi una vita liquida quella che caratterizza la contemporaneità, che però continuiamo a vivere da animali terrestri. È in questo iato che s’inserisce la proposta di Vittorio che invita gli uomini a farsi o ritornare, a seconda dei punti di vista, anfibi e quindi sopratutto marinai e navigatori. La sua proposta vale innanzitutto per i meridionali d’ogni tempo che hanno lasciato il mare dietro le loro spalle. Secondo il professore infatti, le città del mare nel sud italia si sono edificate in «assenza del mare, dal mare, furto del mare o mitizzazione, abbaglio del mare» e nella fattispecie «Catania, ricordata dagli scrittori arabi, come città che "giace sul mare" o come "grande città marittima alle falde del- l’Etna" o, ancora "posta sulla spiaggia del mare", "rada aperta e senza riparo, di cui nemmeno gli scrittori arabi, tanto pronti alle iperboli, avevano osato magnificare il porto inesistente"». È così, infatti, che la storia del porto di Catania, vessato da un lato dalla forza violenta della natura e dall’altro da quella culturale e politica delle sue élite, come ben ci ricordano in questo volume Daniele Cavallaro e Gianluca Vittorio, diventa emblema e metafora di un in- contro mancato tra uomo e mare. Ed è sempre Tino Vittorio a ricordarci che: «Un mare che non bagna è un mare monstrum, indipendentemente (e molto prima) dall’eutrofizzazione, dagli scarichi fognari, dall’invadenza delle alghe o dalla scomparsa dei mammiferi acquatici». Un mare senza mare quello medi- terraneo, perché «il passato di una città di mare è stato la storia di una contin- genza, di una limitazione, di un ripiego forse, non di una scelta, non di identità al futuro», ciò ha costretto i suoi attuali abitanti a «infuturarsi di passato» come scrive ancora Vittorio nel prezioso saggio intitolato Il maritorio che apre questo volume sul porto e i mestieri del mare a Catania. Per non interrarsi e seppellirsi, all’uomo non è data che una scelta e, cioè, quella di colonizzare il mare, per rendere possibile declinare finalmente al futuro quel terribile rompicapo che è l’identità. identità aperte, quindi, liquide, in buona sostanza da navigare per scoprire «fino all’ultimo fotogramma della vita».
Quali identità possono nascere da un simile cambio di paradigma? Ad accennare una risposta è stato un giurista tedesco, Carl Schmitt, che nella memorabile riflessione sul mondo raccontata alla figlia Anima8 nel 1942 ha evidenziato le differenze sostanziali che passano tra le nazioni fondate sul diritto terrestre e quelle sviluppatesi attraverso una potenza marittima. È infatti nella trasformazione dell’inghilterra che si prepara a dominare i mari, che Schmitt nota un cambio radicale di prospettiva: non più il mare visto dalla terra, ma la terra vista dal mare. È questo a permettere agli inglesi di pensare alla loro loro isola come a una grande barca e, contemporaneamente, è questo a sradicarli definitivamente dalla terra.Colta da questa angolazione filosofica, l’intrecciata questione del porto e del mare è centrale, perché è da questo luogo e dal suo sbocco sul mare che può principiare qualsivoglia navigazione. Ai catanesi però questa possibilità di navigare è stata preclusa ed è interessante leggere nei particolari la storia del porto di Catania attraverso i secoli ricostruita dagli autori del presente volume. Storia che in ultimo si è incaricata anche di far scomparire la distesa del mare dalla vista degli etnei; infatti, l’arrivo della linea ferrata negli anni post-unitari portò con sé gli archi della marina che in maniera tombale hanno cinto Catania e reso il mare un alieno. A dare conto di questo rapporto inesistente tra Catania e il mare è il maestro d’ascia Angelo Belfiore, una vita passata a scolpire imbar- cazioni. intervistato da Angela Bruno che nell’ultima parte di questo volume raccoglie una serie di stuzzicanti e autorevoli interviste che offrono uno spaccato sul mare, il porto e i suoi mestieri, spiega infatti che: «quegli archi sembrano il muro di Berlino». Una sentenza questa che non ha bisogno di essere commentata.
Una talassosofia è necessaria non solo a Catania, ma all’italia, che dovrebbe smetterla di vedere se stessa come «come molo d’Europa» e darsi una strategia mediterranea che tenga conto della nuova centralità del mare nostrum, nel quale oggi si affacciano prepotentemente l’orso russo e il drago cinese, dopo che l’aquila americana pare essersi voltata definitivamente verso l’oceano Pacifico.Infine, la speranza è che questo volume che ricostruisce con scrupolo e con una robusta bibliografia le vicende del porto di Catania, possa contribuire anche a rilanciare il dibattito sul progetto di un waterfront per la città, che purtroppo sembra essersi spiaggiato e non interessare minimamente agli abitanti etnei, che da più di un secolo hanno perso di vista letteralmente e metafori- camente il loro mare.

Autore: Tino Vittorio (con i contributi di Angela Bruno, Daniele Cavallaro e Gianluca Vittorio)

Editore: Algra
Pagine: 204
Prezzo: € 19,00
Voto: 8


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Letto, riletto, recensito è media partner dellì Etna Book Festival

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Le nostre rubriche seguono il seguente ordine settimanale:

 

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