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2021-09-12 18:04

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L'editoriale di settembre - Letizia Cuzzola

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L'editoriale

 

 

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di Letizia Cuzzola


No Green Pass no party. Potremmo parafrasare così una vecchia pubblicità. È stata l’estate della libertà selettiva mentre la campagna vaccinale ha visto esplodere i movimenti contrari, quei no-vax che prima se ne stavano dietro lo schermo di un pc hanno alzato il tiro. Ed è subito un fiorire di post contro i provvedimenti presi dallo Stato per arginare una pandemia che sembra non aver fine, che sembra voler accompagnarci con brio e che lo fa mutando. Cosa c’entra la letteratura con questo?

 

A parte la schiera di trattati medico-scientifici che potrebbero enumerare le patologie da cui è affetto chi si schiera contro la scienza (ma che, per ovvi motivi, questi non leggeranno mai), si potrebbero scrivere numerosissimi trattati di antropologia nel tentativo di studiare e categorizzare i comportamenti umani tirati fuori dall’epidemia. Per non parlare della fantascienza che sguazzerebbe fra le spiegazioni dei no-vax e dei negazionisti del virus delle loro ragioni. Ragioni, motivi, non ragione in quanto capacità mentale di connettere in maniera esatta e composta le sinapsi.

 

I vari lockdown hanno rappresentato per l’editoria un momento di possibilità. Sembrava che tutti, chiusi a casa, finalmente avrebbero preso un libro in mano, ne avrebbero approfittato per colmare lacune, avrebbero scoperto che i libri non esplodono fra le mani di chi li legge ma, forse, aprono brecce e accendono luci nelle menti più ottenebrate. Almeno nei primi mesi del 2021 questa possibilità è parsa concretizzarsi con un aumento delle vendite, merito, anche e forse, dei librai che hanno tenuto aperte le loro attività nei periodi di buio. Se volessimo mal pensare, potremmo immaginare che molti siano andati in libreria perché era una delle azioni possibili anche durante le chiusure, riconoscendo la lettura come un bene di prima necessità, ma che vi si siano approcciati al pari dell’altra attività concessa che era portare il cane a pisciare.

 

Se davvero fosse aumentata la lettura, anche non consapevole ma meccanica, intesa come nonhountubodafarequasiquasileggounlibro, probabilmente non saremmo giunti a questa quasi nuova stagione con polemiche e velleità rivoluzionare basate sulla fantascienza di cui sopra.

 

La domanda, dunque, che potrebbe dare una risposta a questa situazione in cui il numero di libri pubblicati supera quello dei lettori è: perché si legge poco? La risposta è più banale di quanto possa apparire: non ci siamo abituati, anzi, ci è stato insegnato a schifare la letteratura. Uso il verbo schifare con cognizione di causa. La lettura ha una funzione ludica e formativa. Le principali agenzie educative sono la famiglia e la scuola. Se la prima è già adusa alla lettura probabilmente avremo un bambino che da adulto sarà un lettore almeno potenzialmente abituale. La seconda, soprattutto negli ultimi decenni, ha fatto di tutto per far disamorare gli studenti: alzi la mano chi ha studiato i classici con partecipazione durante le ore scolastiche. Nessuno, nemmeno io. Del liceo ricordo le ore dedicate a “I promessi sposi” o alla “Divina Commedia” come percorsi di tortura, sbadigli, encefalogramma piatti. L’epica poi diventava l’arma per uno stato di morte apparente, funestata da tutti quei nomi e alberi genealogici che sembravano essere le porte dell’Ade psichiatrico. 

Da qualche anno, a inizio vacanze estive, ricevo dai miei nipoti l’elenco dei libri da leggere fino a settembre: autori semisconosciuti o noti solo alla prof di Lettere e disconosciuti, spesso, dalle stesse case editrici che li hanno pubblicati o mattoni da tramezzo provenienti da epoche talmente lontane che non ci sono rimaste neanche le ceneri dell’autore da poter maledire. Come può un ragazzino far scoccare la scintilla che fa innamorare dei libri se è costretto a decodificare linguaggi ormai desueti e lontanissimi dalla lingua attuale? Come fa a capire la società in cui vive se il mondo in cui si immerge è quello di secoli addietro? Se la scuola non inizia a fornire strumenti reali, pratici, spendibili alle nuove generazioni continueremo a parlare ancora per chissà quanto di analfabetismo funzionale e delle sue conseguenze.